
Con una formazione iniziale nella danza, Antonio Pauletta si diploma a Roma presso la LIM Musical Academy, sviluppando un profilo versatile che unisce recitazione, canto e movimento. Ha successivamente ampliato il suo percorso attraverso workshop internazionali e percorsi di mentorship focalizzati sulla recitazione cinematografica, sul movimento scenico e sulla tecnica vocale.
Il suo lavoro sullo schermo ha ottenuto i primi importanti riconoscimenti con il cortometraggio L.I.K.E., diretto da Giulio Manicardi, che gli è valso una Menzione speciale come miglior attore protagonista. Tra le sue esperienze più rilevanti figurano la partecipazione al fianco di Gael García Bernal nella serie Amazon Prime Mozart in the Jungle e il ruolo di co-protagonista nello spettacolo teatrale The Scarlet Letter di Angélica Liddell.
Ha inoltre fatto parte del cast di Homo Homini Lupus, cortometraggio diretto da Matteo Rovere (vincitore del Nastro d'Argento al miglior corto), e di Subdermal di Francesco Roder, opera pluripremiata in Italia e all'estero.
Dotato di una forte presenza scenica e fisica, Antonio è un attore poliglotta: parla fluentemente inglese, spagnolo, francese e olandese, possiede un'ottima pronuncia del tedesco e un'eccellente predisposizione per i dialetti e gli accenti regionali. Questa flessibilità linguistica e vocale gli permette di portare versatilità, disciplina e adattabilità su ogni set.
Da sempre appassionato di cinema indipendente, con un forte interesse per le storie che esplorano le identità queer e le voci sottorappresentate, affronta il lavoro con la profonda convinzione che il cinema, la televisione e il teatro abbiano il potere di cambiare le vite delle persone.
Originario di Pordenone (Friuli-Venezia Giulia), coltiva la passione per la recitazione fin dall'infanzia. Oggi continua ad approcciare ogni nuovo progetto cinematografico e teatrale con rigore professionale, instancabile curiosità e un profondo rispetto per la dimensione collaborativa della narrazione.
Oltre il copione
Cresciuto in un paesino friulano ai piedi delle Prealpi Carniche, più noto per forgiare lame che per forgiare attori, il palcoscenico è da sempre il mio rifugio: un luogo dove esprimermi liberamente e senza timore di giudizi o censure.
Il Friuli è terra di confine. Qui le culture latina, germanica e slava si incontrano e io, quella mescolanza, l'ho respirata fin da bambino. Ogni estate chi era emigrato in Europa tornava per le vacanze e riempiva l'albergo della mia famiglia. Sono cresciuto così: immerso in lingue diverse, abitudini diverse, mondi diversi. È lì che è cominciato tutto: quella familiarità con l'altro, quella facilità nel muoversi tra culture e registri, che oggi è diventata il centro del mio lavoro.
Mia nonna aveva gestito per anni la cucina dell'albergo di famiglia, e anche quando il ristorante non c'era più, quel modo di stare ai fornelli, preciso, generoso, senza sprechi, era rimasto intatto. Da bambino la guardavo trasformare farina, uova e lievito in pasta fresca e crostate, con una naturalezza che sembrava magia. Quell'eredità di gesti e sapori è rimasta anche a me. In cucina ritrovo il mio equilibrio: seguire una ricetta ma anche andare ad occhio, adattarsi a quello che c'è, fare con quello che si ha. Un'intelligenza pratica, antica, che non si impara sui libri, e che sul lavoro, come in cucina, è spesso quella che fa la differenza.
C'è un'altra cosa che porto con me: le foto del mio bisnonno scattate in giro per l'Europa: Venezia, Londra, Parigi e l'Expo del 1900. Fotografie che custodisco gelosamente: il lascito per me più importante. Mio nonno ha continuato a modo suo: nature morte, ritratti, la vita quotidiana fermata in un frame. Sono cresciuto con quell'occhio intorno, con quella sensibilità per l'attimo catturato. La differenza è che io non sto dietro l'obiettivo, sto davanti. Per dare corpo e voce a quello che loro volevano trattenere.
Forse è sempre stato questo, il mestiere: custodire qualcosa di vero e restituirlo a chi guarda.
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